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L’amore non è sacrificio

Solitamente si è portati a pensare che l’amore implichi sempre il “sacrificio”, che per amore ci si debba sacrificare.

Questo può essere vero fino ad un certo punto. Se infatti per stare in coppia siamo costretti a fare sacrifici “continuativi”, se dobbiamo sempre sforzarci per far funzionare una relazione, la relazione di coppia alla fine non potrà non risentirne ed insieme ad esso il nostro benessere, ancor di più se il sacrificio coinvolge un solo partner.

Se per amore siamo costretti a rinunciare sempre a qualcosa che per noi è importante, alla fine l’esito sarà inesorabilmente il deterioramento della relazione, l’allontanamento da noi stessi; ci allontaneremo da noi stessi tanto da non riuscire a sapere più chi siamo, permettendo in alcuni casi anche la nostra autostima venga calpestata e con essa la nostra stessa persona.

L’amore quindi non può comportare un annullamento di noi stessi, in quel caso non sarà più amore ma un falso amore, una sua brutta copia e la relazione di coppia per certo non sarà una relazione sana ma una relazione che darà origine a tutta una serie di sofferenze. Ci sono casi in cui il sacrificio viene utilizzato anche per ricattare emotivamente il partner che viene accusato di aver un comportamento egoista nel caso in cui cominci a occuparsi del proprio benessere (“io ho rinunciato a tutto per te…e tu adesso mi lasci?” “dopo tutti i sacrifici che ho fatto per te tu adesso non vuoi rinunciare a questo?” etc).

Il sacrificio in una coppia può essere necessario in alcuni momenti, ma non deve diventare la regola. In una coppia non è necessario “continuamente” sacrificarsi o rinunciare a qualcosa in favore del partner.

Ciò che conta davvero è sapere che il proprio partner sarebbe eventualmente in grado e disposto a sacrificarsi qualora sopraggiungessero delle circostanze “straordinarie”.

La relazione dovrebbe essere fonte di sicurezza, di soddisfazione, dovrebbe tirare fuori il meglio di noi stessi e non diventare un calvario. L’amore non è tale se ci annulla, l’amore è tale se ci dona benessere e vitalità.

Vergognarsi ad andare dallo psicologo? In Italia accade ancora.

Vergogna di far sapere che si va dallo psicologo

Secondo un sondaggio dell’Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico) il 70% degli italiani considera inutile andare dallo psicologo. “bisogna farcela da soli”, l’errata convinzione che parlarne con amici e familiari sia lo stesso, o addirittura lo stereotipo dello psicologo-strizzacervelli utile solo per i “pazzi”.Da un’indagine fatta dall’Enpap (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza per gli Psicologi) sulle prestazioni psicologiche, è interessare notare come la propensione a rivolgersi a uno psicologo aumenti con il crescere del titolo di studio: il 14,8% dei laureati contro il 7,4% dei diplomati alla scuola media superiore, e solo l’1,2% di coloro che hanno la licenza elementare.

Molti si concentrano sulla motivazione economica. Eppure andare dallo psicologo non vuol dire necessariamente sborsare cifre esorbitanti a ogni seduta: esistono  diverse alternative allo studio privato, come recarsi alla Asl, in ospedale o in un consultorio, ottenendo servizi di qualità alla portata di tutti.

L’errore di fondo è l’idea che si ha dello psicologo, da un lato visto come una figura inutile, dall’altro come una sorta di mago. Lo psicologo non ha la bacchetta magica, né la pretesa di prevedere il futuro e dispensare soluzioni immediate o una guarigione passiva. Egli cammina con il paziente, ma non lo porta sulle spalle e nemmeno si sostituisce a lui.  Allo stesso tempo, non è una figura che sostituisce quella di un amico o di un semplice confidente, ma è un professionista, e come tale indirizza il paziente in un percorso ragionato che tocca nel profondo l’individuo. Sfogarsi con una persona a noi cara implica un coinvolgimento emotivo, mentre lo psicologo offre strumenti e strategie per imbastire un lavoro vero e proprio su noi stessi, mantenendo le giuste distanze, mentre un amico tenderà sempre a prendere le nostre parti, a giustificarci solo per consolarci e vederci felici, oppure in caso contrario a metterci in crisi in modo non sempre costruttivo, rischiando di ferirci.

Quando un essere umano ha un problema fisico gli viene naturale rivolgersi a un medico. Quando il problema è psicologico, invece, non avviene lo stesso: un po’ perché permane l’istinto di non aprirsi e non mostrare le proprie debolezze, l’autodifesa che non consente di parlarne con uno specialista; un po’ per i falsi miti che ammantano la professione dello psicologo. Jean Piaget, uno dei più importanti studiosi di psicologia infantile nel Novecento, diceva: “Sfortunatamente per la psicologia, tutti pensano di essere psicologi”; chi supporta pensieri del genere, però, di solito non conosce il vero ruolo dello psicologo

Se in Italia una alta percentuale di persone considera lo psicologo alla stregua di un ciarlatano che intende soltanto rubare i soldi ad alcuni disperati creduloni in difficoltà, è perché domina un’ignoranza diffusa sul mondo della psicologia e della psicanalisi, attorno al quale ruotano tanti pregiudizi.

La scelta di intraprendere un percorso su se stessi non è necessariamente  collegata a un trauma da superare o a una condizione emotiva drammatica: spesso chi va dallo psicologo lo fa per una crescita personale, per la ricerca personale e di un proprio equilibrio, decidendo di affidarsi a una persona competente. Chi vuole diventare psicologo deve infatti completare un percorso molto lungo e impegnativo: i cinque anni del percorso di laurea, il tirocinio obbligatorio (che va dalle 500 alle 1000 ore), l’esame di Stato, l’iscrizione all’Albo e infine la specializzazione attraverso vari corsi di formazione.

Una ricerca della Società Italiana di Psichiatria parla di 17 milioni di italiani con problemi di salute mentale. Tra questi, solo una percentuale che va dall’8 al 16% decide di incontrare un professionista, e si riduce alla forbice 2-9% il numero di chi segue un trattamento che comprende sia psicoterapia che farmaci (che comunque non possono essere prescritti dallo psicologo, ma solo dallo psichiatra). Allargando il discorso all’Europa, secondo l’Oms i casi di problemi psicologici riguardano 165 milioni di persone. Se sono ancora relativamente pochi gli italiani che si affidano a uno psicologo, i francesi non si fanno scrupoli e il 33% si è rivolto almeno una volta a una figura di questo tipo.

Ciò che in realtà blocca la scelta di andare dallo psicologo, di iniziare questo percorso interiore, è da ricondursi al timore di conoscere davvero se stessi. Non è Blogtanto il giudizio di un estraneo a rappresentare l’argine – anche perché uno psicologo non dà giudizi – piuttosto è la paura di un giudizio personale, nostro e di nessun altro, ad attivare i freni di difesa. Scoprire nuove parti di sé, non sempre positive, può apparire come un grande ostacolo che non tutti hanno la voglia di affrontare. Fare i conti con la propria vera natura può essere destabilizzante, ma il cambiamento nasce solo da lì.

Dobbiamo comprendere che non c’è niente di cui vergognarsi nel rivolgersi a una figura specializzata per migliorarci e liberarci da pattern psicologici ed emotivi che spesso ci impediscono di trovare una nostra serena realizzazione e di vivere in sintonia con l’ambiente che ci circonda. Dovrebbe sembrarci strano il contrario.

Ma in questo periodo sembra che nel nostro Paese ci sia la tendenza a ragionare al contrario. Quella che la diffusa opinione comune collega alla “pazzia”  è una scelta che richiede invece grande coraggio, e che non tutti, sono pronti a compiere. Mettere in crisi le proprie certezze non è facile, ma è l’unico modo per evolversi e contribuire a cambiare l’ambiente che ci circonda con più consapevolezza.

 

 

 

Tratto da The Vision

 

 

 

Il Natale e la depressione

Con l’avvicinarsi delle feste natalizie molte persone cominciano a sentirsi sempre più tristi. Tra luci, addobbi scintillanti e regali, lei è lì in agguato ed in inglese viene chiamata “Christmas Blues”. Di cosa si tratta? E’ una forma di tristezza,  malinconia o vera e propria depressione che compare nel periodo delle feste natalizie e che colpisce migliaia di persone in tutto il mondo.

PERCHE? SUCCEDE QUESTO?

  • E’ il periodo in cui si tende maggiormente ad avere delle aspettative irrealistiche sul cosa si farà, con chi si starà e si pensa che durante le festività si debba essere felici a tutti i costi.
  • Si ha la tendenza a rimuginare sulle proprie sofferenze, sugli eventi negativi o a riflettere su ciò che non si è riusciti a realizzare nella propria vita (in campo affettivo o lavorativo).
  • Si pensa di essere i soli a vivere questa situazione di malessere.
  • Si piangono le persone scomparse a noi care che non potranno essere con noi a festeggiare.
  • Ci si sente obbligati a comprare ed in un periodo di forte crisi economica questo può acuire la condizione di disagio e di tristezza di coloro che non hanno molta disponibilità economica. Si pensa che gli altri siano più ricchi , più felici e questo ci fa sentire ancora più soli e arrabbiati.
  • Ansia, nervosismo e depressione possono avere a che fare con le aspettative in merito alle riunioni di famiglia; pranzi e cene con persone di famiglia con le quali si hanno però cattivi rapporti.

depressione-natale

COSA FARE PER SENTIRSI MEGLIO?

Innanzitutto non fatevi una colpa per il vostro stato d’animo e non date troppa importanza al disagio. Non siete malati, è solo un momento, passerà.

Ridimensionate l’idea del Natale (e del capodanno) , guardatela come una normale festa e non come un occasione in cui si deve essere per forza felici e si devono fare per forza cose straordinarie. Godetevi il momento, senza attendervi necessariamente che sia un momento eccezionale e intenso.

Tra una cena e l’altra è bene dedicare del tempo a se stessi, concedersi un po’ di relax, guardare un bel film, leggere un bel libro, o comunque fare delle attività che per voi sono piacevoli.

Isolarsi di sicuro non è la soluzione migliore perché la solitudine non fa altro che peggiorare lo stato depressivo. Cercate di pensare alle persone per voi più care, indipendentemente dal fatto che siano parenti, amici o persone che stimate per qualche motivo. Cercate di stare insieme a loro, fate un piccolo gesto gentile nei loro confronti, fateli sentire amati ed apprezzati così come vorreste esserlo voi.  

E’ importante cercare di organizzare attività e situazioni piacevoli e realizzabili nell’immediato in modo da scongiurare la malinconia e l’inattività. Anche quando non vi va, sforzatevi di uscire, anche se solo per poco, anche se solo per fare una passeggiata.

Per evitare nervosismi o discussioni imparate ad accettare le diversità che ci sono con i vostri cari.

Imparate a dire di “no”, non dovete per forza sempre accettare tutti gli inviti che ricevete.

Cercate di mantenere abitudini sane, soprattutto a tavola. Strafare non giova sicuramente alla salute e alla vostra condizione.

Focalizzatevi su quello che avete e di cui essere grati invece che rimuginare su errori e su quello che non avete.

Se poi la tristezza non diminuisce, dopo le feste è opportuno rivolgersi ad uno specialista (psicoterapeuta o psichiatra) che potrà stabilire se si tratta o meno di depressione vera, ed eventualmente suggerirvi la terapia più adatta.

Dott.ssa Marzia Fanale psicologa e psicoterapeuta

La scelta del partner

25245263-coppia-che-si-bacia-schizzo-di-san-valentino-per-il-vostro-disegno-archivio-fotograficoQuali sono i motivi che portano due persone a scegliersi, quali sono i motivi che portano due persone a decidere di stare insieme e diventare coppia?

La scelta del partner non è assolutamente casuale ma segue delle regole biologichepsicologiche ben precise che giocano un ruolo determinante nel far sì che ci orientiamo su una persona piuttosto che su un’altra.

Sul piano psicologico, molti non ne sono consapevoli, ma la scelta del partner coinvolge solo apparentemente due persone.

Tra i motivi che ci portano a scegliere il partner ce ne sono alcuni di cui abbiamo consapevolezza ( è simpatico/a , è bello/a, ha un buon carattere, etc.) ed altri invece inconsci che hanno origine da quella che è stata la nostra storia di sviluppo.

Le esperienze precoci che facciamo all’interno della nostra famiglia, principalmente con i nostri genitori, il modo in cui siamo stati cresciuti, accuditi, l’attenzione che abbiamo ricevuto, il modo in cui i nostri bisogni (fisici, emotivi e psicologici) sono stai soddisfatti, l’amore che abbiamo appreso in tenera età, sono tutti elementi che condizionano ogni nostra relazione, amorosa, amicale o lavorativa.

E’ all’interno della nostra famiglia d’origine che impariamo il nostro modo di metterci in relazione con l’altro. Una persona che nella propria infanzia è stata carenziata, che non ha ricevuto le cure adeguate, cercherà un partner che pensa possa essere in grado di soddisfare i bisogni che non hanno trovato soddisfazione all’interno della famiglia d’origine, nella relazione con i genitori .

Nella ricerca del partner, viene riproposto quindi uno schema appreso durante l’infanzia; è come se si chiedesse al partner di riempire  e colmare le carenze affettive, soddisfare i bisogni a cui i propri genitori non hanno saputo rispondere.

E’ l’esperienza del nostro primo amore, quello con nostra madre (per i maschietti) o con nostro padre (per le femminucce), che ci spinge inconsapevolmente a cercare storie e relazioni che possano consentirci di ritrovare quel modello, nel tentativo di dare una soluzione alle difficoltà relazionali già incontrate e mai risolte nel nostro passato.

I modelli appresi durante l’infanzia possono però essere modellati o addirittura modificati profondamente. Imparare ad accettare se stessi e sentirsi una “persona degna d’amore” è un punto di partenza fondamentale per cominciare a muoversi nella direzione di un amore sano.

Quando la tua vita relazionale diventa fonte di sofferenza, in questi casi è opportuno rivolgersi ad uno psicoterapeuta che vi aiuterà a iniziare un percorso di crescita personale che vi porti a sganciarvi definitivamente da quel modello sbagliato di relazione che avete appreso nella vostra infanzia per assumerne  uno più maturo e più sano.

Idee e false credenze sullo psicologo.

Sono tanti gli stereotipi sullo psicologo: proviamo a fare chiarezza!! Cosa fa lo psicologo? Cosa devo dire quando vado dallo psicologo?

Dal passato..

  • Freud e il lettino: in base all’approccio teorico utilizzato ci possono essere diversi modi di entrare in relazione con l’altra persona. Oltre il classico lettino, è sempre più frequente trovare setting in cui ci troviamo davanti a sedie e scrivania oppure a poltroncine adiacenti o disposte frontalmente.
  • Il mago e l’indovino: lo psicologo conosce ciò che la persona decide di raccontare di sé e ciò che questa comunica a livello non verbale (es. tono della voce). La psicologia non risolve magicamente i problemi.

Attuali..


Molte delle persone che richiedono una consulenza o un sostegno psicologico hanno la necessità di affrontare difficoltà o problemi della vita quotidiana (es. separazioni, lutti, difficoltà di tipo relazionale, ecc.), e non presentano un disturbo conclamato o una malattia mentale, ma semplicemente intendono aumentare il loro benessere.

Il tempo dipende da diversi fattori e i principali sono: la motivazione, l’obiettivo e il problema portato in seduta. Rispetto a quello che comunemente si pensa, un percorso non dura per forza 10 anni! Secondo la base teorica che contraddistingue un certo approccio psicologico, è possibile fare anche percorsi più brevi (es. 6 mesi, 1 anno, 3 anni, in base al problema). Non è necessario iniziare per forza un percorso. A volte sono sufficienti alcune consulenze e indicazioni per risolvere una situazione problematica.

La fiducia è il punto cardine di ogni relazione, per questo preferiamo “sfogarci” con un amico piuttosto che con un estraneo: un amico ha la nostra fiducia e ci conosce meglio. Alcune situazioni però richiedono un supporto professionale, in grado di aumentare le competenze di risoluzione dei problemi della persona, favorendo l’autonomia nelle decisioni, grazie a una migliore conoscenza di sé.

Le persone sono dotate di resilienza, ovvero la capacità di affrontare un evento avverso mettendo in gioco le proprie risorse. Alcune esperienze mettono, però, a dura prova la nostra resilienza: un aiuto esterno e competente può aiutare a trovare nuove soluzioni alternative ad un problema. Capita anche che una persona sia in possesso delle risorse necessarie per stare meglio, ma che non ne sia consapevole o che non riesca a sfruttarle al meglio in una specifica situazione: ecco allora dove interviene lo psicologo.

Lo psicologo è un professionista laureato e iscritto a un Albo (come ad esempio un avvocato), spesso ha anche una specializzazione in psicoterapia.

Facciamo un paragone. Quando si va dal medico cardiologo, il problema dei costi è meno sentito, questo avviene per diversi motivi: è percepito maggiormente il pericolo di vita, gli effetti della terapia medica spesso sono visibili immediatamente o nel breve termine, il problema è oggettivo e visibile, ecc. Lo psicologo/psicoterapeuta, allo stesso modo, si occupa di favorire il benessere dell’individuo, intervenendo su difficoltà psicologiche, che spesso possono essere anche causa di sintomi fisici (es. mal di stomaco, sbalzi di pressione, ulcere, cefalee, ecc.). Le cause del malessere sono meno visibili (o spesso anche non connesse direttamente a un disturbo fisico) e a volte il percorso necessario a raggiungere un maggiore benessere è più lungo, ma importante quanto avere un cuore sano.

Eventi importanti, come lutti, abbandoni, separazioni, se non adeguatamente elaborati possono incidere sul nostro benessere anche a distanza di tempo, oltre alla possibilità di essere “trasmessi” alle generazioni successive (un esempio sono le fobie, che a volte riducono anche di molto la libertà di azione di un individuo).

Una maggiore consapevolezza del proprio funzionamento mentale può migliorare di molto il benessere e la qualità della vita.

Ci sono diverse situazioni possibili:

1. Una malattia fisica grave (es. un tumore) può causare sofferenza psicologica (es. umore depresso), in questo caso l’intervento del medico precede quello dello psicologo, ma successivamente in genere procedono in parallelo.

2. Può capitare che un problema psicologico (es. forte stress) generi un sintomo fisico (es. gastrite) che richiede l’intervento di un medico; in questo caso l’intervento dello psicologo può favorire la scomparsa del problema medico e evitare cure farmacologiche prolungate.

3. Ci sono altre situazioni ancora, in cui l’utilizzo di un farmaco offre un miglioramento dello stato di benessere psicofisico (es. attacchi di panico), necessario per effettuare un percorso psicologico.

Cosa devo dire?

I primi incontri solitamente sono dedicati alla conoscenza reciproca. La persona porta la sua difficoltà e/o un suo desiderio, ciò che vorrebbe ottenere. Lo psicologo la richiesta del cliente, senza giudicare o interferire; potrebbe aver bisogno successivamente di fare qualche domanda per meglio comprendere il problema.

La prima fase di conoscenza si conclude quando:

  1. è stato definito il problema,
  2. si sono stabiliti gli obiettivi,
  3. lo psicologo ha stabilito che può occuparsi di quel problema, perché competente in quell’ambito, e propone un percorso,
  4. il cliente si è trovato a suo agio e intende aderire alla proposta che lo psicologo gli ha fatto.

Requisiti per iniziare un percorso

  • Motivazione. Definiti gli obiettivi e ottenute le informazioni necessarie per comprendere come sarà affrontato il problema, è necessario che la persona sia motivata a impegnarsi e a cooperare con lo psicologo per raggiungere assieme una situazione di maggiore benessere.
  • Disponibilità al cambiamento. Il percorso permetterà il raggiungimento di una maggiore consapevolezza di sé e dei propri meccanismi di funzionamento, questo comporta modificazioni più o meno sostanziali nella quotidianità della persona, che comprendono anche il modo con cui entriamo in relazione con gli altri. Questi cambiamenti possono riguardare diversi contesti della vita quotidiana (famiglia, lavoro, sportivo, di coppia) a seconda dell’obiettivo che si è stabilito.
  • Relazione di fiducia. È fondamentale che ci sia fiducia reciproca tra psicologo e cliente. Durante il percorso si compierà un confronto continuo tra la situazione attualmente raggiunta (qui ed ora), le aspettative reciproche (desideri e rappresentazioni del percorso) e la distanza mancante per raggiungere un nuovo stato di benessere (obiettivo).
  • Disponibilità a rimettersi in discussione. Non è detto che durante il percorso l’obiettivo iniziale continui a essere quello principale, che è sentito come maggiormente urgente: è possibile modificare la meta del percorso nel caso in cui emergessero nuove esigenze, stabilendo nuove priorità per il loro raggiungimento.

Tratto da GuidaPsicologi.it